Transpersonale

Il Testimone interiore

BloomRoom Lab

Non siamo ciò che ci accade. Siamo chi osserva ciò che sta accadendo.

Ci sono momenti in cui un'emozione diventa così intensa da occupare tutto il nostro spazio interiore. Non ci limitiamo più a sentire paura: diventiamo quella paura. Non osserviamo un pensiero: ci crediamo completamente. Non riconosciamo che una ferita si è attivata: reagiamo come se ciò che sentiamo in quel momento fosse l'unica realtà possibile.

Succede soprattutto quando qualcosa tocca punti sensibili della nostra storia. Una distanza può diventare immediatamente la certezza di essere abbandonati, una critica può trasformarsi nella sensazione di non valere abbastanza, il silenzio di una persona importante può essere vissuto come la prova di non contare per lei.

In quei momenti la distanza tra ciò che ci accade e ciò che crediamo di essere quasi scompare.

Eppure proprio qui si apre una delle possibilità più importanti di un percorso terapeutico e di crescita: imparare a osservare ciò che accade dentro di noi senza identificarci completamente con esso.

Nella prospettiva transpersonale questa capacità prende il nome di Testimone, o Coscienza Testimone. È quella dimensione della consapevolezza che ci permette di osservare pensieri, emozioni, sensazioni e immagini interiori trasformandoli, per così dire, da qualcosa in cui siamo immersi a qualcosa di cui possiamo accorgerci.

Quando diventiamo ciò che sentiamo

Immaginiamo una situazione molto comune. Una persona importante non risponde a un messaggio.

Il fatto, almeno per il momento, è soltanto questo: non abbiamo ricevuto una risposta.

Ma dentro di noi può cominciare rapidamente un processo molto più complesso.

Non gli importa di me. Si sta allontanando. Ho fatto qualcosa di sbagliato. Sta succedendo di nuovo.

A quel punto arriva l'ansia. Il corpo si attiva. Controlliamo il telefono, rileggiamo la conversazione, cerchiamo segnali che confermino ciò che stiamo pensando. Magari mandiamo un altro messaggio oppure, al contrario, ci chiudiamo e decidiamo che non saremo più noi a cercare l'altra persona.

In pochi minuti siamo passati da un fatto a un'interpretazione, dall'interpretazione a un'emozione e dall'emozione a un comportamento.

Quando siamo completamente identificati con questo processo, difficilmente riusciamo a vederlo. Siamo dentro la nostra reazione e la nostra reazione diventa, temporaneamente, la realtà.

Questo accade con particolare facilità quando il presente entra in risonanza con qualcosa che abbiamo già vissuto. Non stiamo reagendo soltanto a ciò che succede oggi: insieme al presente possono riattivarsi memorie, paure, aspettative e modi di proteggerci costruiti molto tempo prima.

Fare un passo fuori dai nostri processi

Il Testimone introduce un piccolo ma fondamentale cambiamento.

Invece di "Mi sta abbandonando", possiamo arrivare a riconoscere: "La sua distanza sta attivando in me la paura di essere abbandonato."

Invece di "Non valgo abbastanza", possiamo osservare: "In questo momento sto avendo il pensiero di non valere abbastanza."

Invece di "Sono in pericolo", possiamo riconoscere: "Il mio corpo si sta comportando come se ci fosse un pericolo."

Non è un semplice gioco di parole. È un cambiamento della posizione dalla quale guardiamo ciò che ci accade.

Nel primo caso siamo completamente immersi nel processo. Nel secondo, oltre all'emozione o al pensiero, compare qualcuno che se ne accorge.

Il materiale sulla Coscienza Testimone utilizza una metafora molto efficace: quella di un pesce che vive nell'acqua e che, proprio perché vi è completamente immerso, non può riconoscerla come qualcosa di distinto. Solo quando salta per un istante fuori dall'acqua può finalmente vederla e dire, metaforicamente: "Ah, questa è acqua."

Qualcosa di simile accade con la nostra mente. Finché siamo completamente immersi nei nostri pensieri, nelle nostre convinzioni e nelle nostre reazioni, facciamo fatica a riconoscerli come processi. Quando iniziamo a osservarli, qualcosa cambia.

Perché il Testimone è importante in terapia

Una parte fondamentale del lavoro terapeutico consiste proprio nel rendere visibile ciò che prima avveniva automaticamente.

Possiamo scoprire, per esempio, che ogni volta che percepiamo una distanza iniziamo a rincorrere l'altro. Che davanti a un conflitto ci chiudiamo. Che quando ci sentiamo criticati diventiamo aggressivi. Che quando temiamo un rifiuto preferiamo andarcene per primi. Che cerchiamo continuamente conferme quando ci sentiamo insicuri.

Finché non riconosciamo questi meccanismi, tendiamo semplicemente a ripeterli: succede qualcosa → si attiva qualcosa dentro di me → reagisco.

Il Testimone introduce uno spazio: succede qualcosa → osservo ciò che si sta attivando → riconosco il mio automatismo → posso scegliere come rispondere.

Ed è proprio questo uno dei punti centrali del materiale: quando diventiamo consapevoli di un processo mentale, si aprono possibilità diverse rispetto alle nostre reazioni abituali; quando invece non vediamo i nostri automatismi, il comportamento tende a ripetersi in maniera meccanica.

La terapia, da questa prospettiva, non consiste soltanto nel comprendere perché siamo diventati ciò che siamo. Significa anche imparare a vedere, nel presente, come funzionano i nostri processi mentre stanno accadendo. Perché ciò che possiamo osservare può progressivamente smettere di governarci in modo automatico.

Ho una ferita, ma non sono la mia ferita

Questo passaggio diventa particolarmente importante nel lavoro sul trauma relazionale.

Le esperienze che abbiamo vissuto lasciano tracce. Possono influenzare il modo in cui percepiamo noi stessi, interpretiamo gli altri e viviamo le relazioni. Ma la nostra storia non deve necessariamente diventare la definizione permanente della nostra identità.

Posso avere paura dell'abbandono senza essere la mia paura dell'abbandono. Posso avere imparato a compiacere gli altri senza essere destinato a farlo per tutta la vita. Posso riconoscere una parte di me che cerca continuamente approvazione senza giudicarla e senza lasciare che decida ogni mia scelta. Posso ascoltare un pensiero molto duro verso me stesso senza considerarlo automaticamente vero.

Questo è il cuore della disidentificazione. Non significa prendere le distanze dalla propria storia o negare ciò che abbiamo vissuto. Significa riconoscere che un pensiero, un'emozione, una paura o una ferita sono parti della nostra esperienza, non la totalità di ciò che siamo.

Osservare non significa allontanarsi

Quando diciamo "guardare da fuori", può nascere un equivoco. Il Testimone non è una posizione fredda dalla quale osserviamo la nostra sofferenza come se non ci appartenesse. E non significa smettere di sentire.

Al contrario. Possiamo essere profondamente in contatto con una tristezza e contemporaneamente sapere che stiamo attraversando una tristezza. Possiamo sentire la rabbia nel corpo e osservarla senza doverla immediatamente trasformare in un'azione. Possiamo percepire paura e restare abbastanza presenti da domandarci che cosa la stia attivando.

Non ci allontaniamo dall'esperienza. Ci avviciniamo all'esperienza senza perderci completamente dentro di essa. Ed è una differenza fondamentale.

Dal reagire al rispondere

Quante volte, dopo una reazione impulsiva, abbiamo pensato: "Avrei voluto aspettare." "Non volevo dire quella cosa." "In quel momento non riuscivo a vedere altro."

Sviluppare il Testimone non significa arrivare a un punto in cui non reagiremo mai più. Significa diventare progressivamente più capaci di accorgerci di ciò che sta succedendo.

All'inizio potremmo rendercene conto mezz'ora dopo. Poi cinque minuti dopo. Poi mentre stiamo reagendo. E qualche volta, con il tempo, potremo riconoscere ciò che si sta attivando prima di trasformarlo automaticamente in un comportamento.

È in quel momento che nasce una possibilità nuova: la scelta.

Non possiamo scegliere ciò che sentiamo in ogni momento. Possiamo però diventare progressivamente più liberi nel decidere che cosa fare con ciò che sentiamo.

La meditazione come allenamento all'osservazione

La meditazione è uno degli strumenti attraverso i quali questa capacità può essere coltivata. Non si tratta di smettere di pensare o di raggiungere uno stato nel quale non proviamo più emozioni.

Ci sediamo e osserviamo. Arriva un pensiero: ce ne accorgiamo. Compare una sensazione nel corpo: la sentiamo. Arriva un ricordo: lo riconosciamo. La mente anticipa qualcosa che potrebbe succedere domani: osserviamo anche questo. E torniamo al presente.

La pratica transpersonale viene riassunta nel materiale attraverso tre azioni molto semplici: sedersi, sentirsi e osservare.

È un allenamento che progressivamente può trasferirsi alla vita quotidiana. Non osserviamo più soltanto durante la meditazione. Cominciamo ad accorgerci di noi mentre discutiamo con qualcuno, mentre abbiamo paura, mentre aspettiamo una risposta, mentre ci sentiamo rifiutati, mentre stiamo per mettere in atto per l'ennesima volta una reazione che conosciamo bene. Ed è proprio lì che la pratica diventa vita.

Non sei ciò che accade, sei chi osserva ciò che sta accadendo

Il Testimone non è qualcosa che dobbiamo costruire per diventare persone migliori. È una capacità di consapevolezza che possiamo imparare a riconoscere e coltivare.

Possiamo cominciare passando da "Io sono così" a "C'è una parte di me che reagisce così". Da "Quello che penso è vero" a "Sto osservando questo pensiero". Da "Devo fare qualcosa subito" a "Posso restare un momento con ciò che sta accadendo e poi scegliere".

È uno spostamento apparentemente piccolo, ma può cambiare profondamente il modo in cui ci relazioniamo con noi stessi. Perché quando riusciamo a osservare un processo, non siamo più completamente identificati con quel processo. Tra ciò che accade e la nostra risposta comincia ad aprirsi uno spazio.

Ed è proprio in quello spazio che possiamo comprendere meglio noi stessi, riconoscere ciò che appartiene alla nostra storia e scegliere, quando è possibile, una risposta diversa.

Non siamo soltanto la paura che arriva, il pensiero che attraversa la mente, la ferita che si riattiva o l'emozione che per qualche momento sembra occupare tutto. Possiamo imparare a vederli mentre accadono.

Ed è da questa posizione di presenza che può iniziare una parte importante del cambiamento.

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