Quando parliamo di trauma tendiamo spontaneamente a riferirci a ciò che è accaduto: un evento, una relazione o un periodo della nostra vita che appartiene al passato e che, proprio perché concluso, immaginiamo dovrebbe progressivamente perdere la propria influenza sul presente. L'esperienza traumatica, tuttavia, non coincide esclusivamente con il ricordo degli eventi vissuti, né può essere compresa soltanto attraverso la loro ricostruzione narrativa.
Le sue tracce possono continuare a manifestarsi nel modo in cui il corpo reagisce, nella regolazione degli stati emotivi, nelle relazioni che costruiamo e nelle strategie che utilizziamo per proteggerci. Ipercontrollo, difficoltà ad affidarsi, paura dell'abbandono, bisogno di anticipare le intenzioni dell'altro o una persistente condizione di allerta possono rappresentare modalità attraverso le quali un'esperienza passata continua a organizzare, almeno in parte, la percezione del presente.
È possibile, quindi, comprendere razionalmente che una situazione non rappresenta più una minaccia e sperimentare contemporaneamente una risposta corporea ed emotiva che sembra raccontare qualcosa di diverso. La mente riconosce che il pericolo è terminato, mentre il sistema continua a reagire sulla base di ciò che ha precedentemente appreso.
Quando il passato entra nel presente
Questo fenomeno diventa particolarmente evidente nelle relazioni. Una persona può riconoscere che il partner attuale è profondamente diverso dalle figure significative del proprio passato e, nello stesso tempo, sperimentare un'intensa paura di essere lasciata; può desiderare vicinanza e intimità , ma avvertire il bisogno di allontanarsi proprio quando quella vicinanza diventa possibile; può sapere di trovarsi in una situazione sufficientemente sicura e continuare, tuttavia, a monitorare segnali di rifiuto, distanza o cambiamento.
Queste risposte non devono essere necessariamente interpretate come incoerenze. Molto spesso acquistano significato se considerate all'interno della storia della persona e delle strategie di adattamento che, in un determinato momento, hanno svolto una funzione protettiva.
Ciò che in passato ha permesso di affrontare una situazione difficile può però trasformarsi, nel presente, in un automatismo. Il sistema nervoso continua ad anticipare un pericolo conosciuto e organizza la risposta prima ancora che sia possibile valutare pienamente ciò che sta accadendo.
Da questa prospettiva, lavorare sul trauma non significa semplicemente ricordare o comprendere meglio il passato, ma riconoscere in che modo quel passato continua a dirigere il nostro presente.
Il corpo come luogo di osservazione
L'attenzione al corpo assume quindi un ruolo centrale. Non perché ogni sensazione corporea debba essere interpretata come espressione di un trauma, ma perché il corpo rappresenta una delle dimensioni attraverso cui possiamo osservare direttamente ciò che accade nel momento presente.
Possiamo iniziare a riconoscere come cambia il respiro quando percepiamo una critica, quali sensazioni emergono quando qualcuno prende le distanze, dove avvertiamo la paura e quali impulsi accompagnano una situazione vissuta come minacciosa. In questo modo l'esperienza corporea non viene considerata qualcosa da controllare o correggere, ma una fonte di informazioni che può aiutarci a comprendere le nostre modalità di risposta.
L'obiettivo non è eliminare immediatamente l'attivazione, bensì sviluppare una maggiore capacità di riconoscerla e sostenerla. Progressivamente diventa possibile distinguere ciò che appartiene alla situazione presente da ciò che, pur manifestandosi nel presente, porta con sé la traccia di esperienze precedenti.
È una distinzione fondamentale: non tutto ciò che il corpo percepisce come pericolo corrisponde necessariamente a un pericolo attuale, ma ciò che il corpo sente merita comunque di essere ascoltato e compreso.
Dalla reazione automatica alla presenza
La consapevolezza introduce una possibilità ulteriore: creare uno spazio tra l'attivazione e la risposta. Non si tratta di reprimere ciò che emerge né di sostituire un'emozione considerata "negativa" con uno stato più accettabile, ma di sviluppare progressivamente la capacità di rimanere presenti all'esperienza senza esserne immediatamente determinati.
Accorgersi che qualcosa dentro di noi si sta attivando significa poter riconoscere contemporaneamente l'esperienza e la nostra relazione con essa. La paura può essere intensa senza rappresentare la totalità di ciò che siamo; una ferita può appartenere profondamente alla nostra storia senza esaurire la nostra identità ; un pensiero può attraversare la mente senza essere assunto automaticamente come una descrizione oggettiva della realtà .
È in questo passaggio che la prospettiva transpersonale può offrire un contributo specifico al lavoro sul trauma. Non si tratta di trascendere prematuramente il dolore, né di utilizzare la dimensione spirituale per allontanarsi dalle parti più difficili dell'esperienza. Al contrario, il lavoro richiede un contatto sufficientemente stabile con ciò che accade nel corpo, nelle emozioni e nella mente.
La dimensione transpersonale introduce però la possibilità di riconoscere, accanto ai contenuti dell'esperienza, anche la coscienza che di quei contenuti può diventare testimone. Possiamo osservare ciò che emerge senza identificarci completamente con esso, sviluppando una qualità di presenza capace di accogliere l'esperienza senza negarla e, allo stesso tempo, senza esserne interamente assorbita.
Questa capacità non elimina la sofferenza, ma modifica progressivamente il modo in cui entriamo in relazione con essa.
Tornare a vivere, nel presente
In questa prospettiva, guarire non significa cancellare il passato né ritornare alla persona che eravamo prima di essere feriti. Significa piuttosto ridurre progressivamente la necessità che quel passato continui a organizzare automaticamente il presente.
Il corpo può fare esperienza di nuove condizioni di sicurezza; le emozioni possono essere riconosciute e attraversate senza essere immediatamente respinte o agite; i pensieri possono essere osservati senza dover essere necessariamente creduti. Ciò che prima veniva vissuto come un insieme di parti frammentate può gradualmente essere riconosciuto, integrato e ricollocato all'interno di una storia più ampia.
L'integrazione non coincide con l'assenza di vulnerabilità . Una persona integrata può ancora provare paura, rabbia, tristezza o bisogno dell'altro. Ciò che cambia è la possibilità di rimanere in relazione con queste esperienze senza perdere completamente il proprio centro e senza lasciare che siano sempre le ferite precedenti a determinare la risposta presente.
Tornare a vivere significa allora poter includere la propria storia senza continuare a esserne interamente definiti: riconoscere ciò che è accaduto, ascoltare ciò che il corpo ancora racconta e costruire, nel presente, possibilità di risposta che prima non erano disponibili.
Vuoi iniziare un percorso?
Se qualcosa di questo articolo ti ha toccato da vicino, il primo passo può essere semplicemente raccontare ciò che stai vivendo.
Richiedi un primo orientamento →